Fratelli tutti nell’ombra dell’Antropocene

La nostra Terra è in pericolo: una prosperità frugale dovrebbe essere all’ordine del giorno, combinando un’economia di risparmio delle risorse con stili di vita differenti in tutto il mondo. Un compito per la cui realizzazione ci vorrà una buona parte del secolo.

Wolfgang Sachs – Vita e pensiero

Quale, tra le innumerevoli comparse di papa Francesco, verrà considerata dai posteri come la più iconica? Probabilmente né la visita a Lampedusa tra i migranti e nemmeno l’incontro con i popoli indigeni dell’Amazzonia, benché entrambe siano immagini peculiari del suo pontificato – ma piuttosto la sua comparsa in una piazza San Pietro deserta durante la pandemia di Coronavirus. Una figura in bianco, sola, che saliva faticosamente i gradini verso la basilica di San Pietro, per poi impartire la benedizione eucaristica Urbi et Orbi: questa sarà l’immagine che entrerà nei libri di storia. Una visione senza dubbio colma di contrasti: l’immagine del papa solitario al crepuscolo sotto la pioggia, in contrasto con quella familiare, per i telespettatori di tutto il mondo, di lui che si affaccia su piazza San Pietro salutato dall’esultanza di decine o centinaia di migliaia di fedeli tra le colonne del Bernini. E poi, nel marzo 2020, una manifestazione potente di vulnerabilità che ha commosso anche i non credenti.

Tuttavia, la pandemia sta mettendo in ombra la consapevolezza riguardante un’altra calamità. Lontano dalle telecamere, nell’agosto 2018, Greta Thunberg recava un’anonima testimonianza di questa calamità, brandendo il suo cartello con la scritta School strike for climate (Sciopero della scuola per il clima), a Stoccolma, tutta sola davanti al Parlamento svedese. All’epoca quindicenne, armata di un notevole talento e di molta ostinazione, scatenava la proverbiale valanga. A partire dai Fridays for Future, il riscaldamento globale (e la mancanza di contrasto a questo problema) è diventato un ritornello in tutto il mondo. Lo sdegno di Greta alle Nazioni Unite (con il suo «Come osate?») ha avuto una copertura così vasta sui media che il magazine americano «Time» nominò la ragazza come “Persona dell’anno 2019”. Ma il Covid-19 ha cancellato Greta dalla memoria collettiva. E si tratta di una soppressione di primo grado, perché è già chiaro a tutti gli esperti che la pandemia di Covid-19 è solo il preludio a un’epoca di collisioni nella biosfera dovute a una relazione ormai compromessa tra genere umano e natura. E questo è anche il sentire dello scrittore britannico Ian McEwan: «Il Covid è il nostro tutorial di massa, la nostra prova generale di tutti i danni e le sventure personali che l’emergenza climatica potrebbe causare. Abbiamo ricevuto l’avvertimento di un disastro su scala planetaria» («The Wall Street Journal», 19 marzo 2021).

Dietro il Covid-19 si nasconde una crisi della natura, e dopo la pandemia si profila all’orizzonte l’Antropocene. Come ha raccontato lui stesso, papa Francesco fu sorpreso dalla pandemia mentre stava scrivendo l’enciclica Fratelli tutti. Ma l’enciclica ha qualcosa da dire su questa crisi della natura che è destinata a diventare il tratto distintivo del XXI secolo? Può il messaggio della fraternità universale realizzarsi nell’ombra dell’Antropocene?

Antropocene: un concetto che cela un abisso

Raramente un’esclamazione ha avuto così tanto successo. Nel 2000, durante una conferenza sul cambiamento globale a Cuernavaca, in Messico, Paul J. Crutzen, scienziato di Magonza premiato con il Nobel per il suo lavoro sul buco dell’ozono, non riuscì a trattenersi: «Smettiamola di usare la parola Olocene. Non siamo più nell’Olocene. Siamo nell’Antropocene!» (E. Horn – H. Bergthaller, The Anthropocene. Key Issues for the Humanities, Routledge, 2019). All’inizio vi fu un silenzio attonito, in seguito, durante il momento del coffee break, il termine cominciò a circolare, diffondendosi prima nei circoli professionali e poi, nell’ultimo decennio, fra un pubblico più ampio, fino a entrare in ogni ambito, dalla sociologia all’arte. Cosa intendeva Crutzen? La Terra è entrata in una nuova epoca storica in cui il genere umano deve essere considerato una forza geologica, alla stessa stregua delle eruzioni vulcaniche e dei terremoti. L’attività umana sta modellando la superficie della Terra e l’atmosfera su larga scala e in modo permanente, tra il riscaldamento globale con le sue conseguenze per la flora, la fauna e l’habitat umano e l’impermeabilizzazione della superficie terrestre con l’interruzione del ciclo dell’acqua, la rapida riduzione della biodiversità, l’inquinamento di aria, suolo e acqua per mezzo di sostanze tossiche, con una popolazione umana in rapida crescita, e lo sfruttamento di risorse per allevare bestiame da carne.

La biosfera terrestre è attualmente sovrasfruttata con un fattore di 1.7, perciò non sorprende che la natura, a livello sia locale che globale, stia gemendo per la fatica. In considerazione di questo cambiamento epocale, il discorso convenzionale sulla crisi ambientale è stato messo in mostra come in una vetrina. Ma non si tratta qui di ambiente, bensì della natura soggiogata all’influsso dell’uomo; e ancora, non si tratta di una crisi passeggera, ma piuttosto di un’era geologica. Quello che il termine “Antropocene” ci trasmette, sempre se la geologia storica lo accetterà in termini di classificazione, è un avvertimento inquietante: finché il genere umano non ridurrà drasticamente la propria impronta ecologica, assisteremo al graduale collasso di un numero sempre maggiore di forme di vita conosciute al mondo.

Questi cambiamenti indotti dall’uomo sul Pianeta stanno avendo un effetto boomerang che potrebbe dare origine a una graduale catastrofe. Mai nella storia umana il potere e l’impotenza sono stati così inseparabili come nell’Antropocene, un tempo in cui coesistono fianco a fianco i viaggi spaziali e il riscaldamento globale, i grattacieli e l’estinzione delle specie, le interconnessioni digitali e l’urbanizzazione, tutti causati dai tentativi umani di controllare la natura. Sembra che più profondamente noi umani interveniamo nel sistema terrestre, più dovremo affrontare processi che andranno oltre il nostro controllo. Abbiamo più potere sulla natura ma al contempo la natura ha più potere su di noi. Ciò conduce alla situazione paradossale in cui le persone del XXI secolo si trovano divise tra un enorme potere umano e una grande perdita di controllo.

Dalla Laudato si’ alla Fratelli tutti

«Abbiamo ricevuto la Terra dal Creatore come una casa-giardino», ha detto papa Francesco all’incontro con i dirigenti delle imprese petrolifere e del settore dell’energia nel giugno 2018, «non trasmettiamola alle future generazioni come un luogo selvatico». Il papa ha spronato le società a lasciar perdere i combustibili fossili e a investire invece nelle energie rinnovabili. Nell’enciclica Laudato si’ aveva parlato della dissacrazione della natura e del grido del povero, un tema ricorrente del suo pontificato. Chi non ricorderà come, con profonda autocritica, aveva preso le distanze dal dominium terrae di Genesi 1? Cioè dall’idea che gli esseri umani sono dominatori e proprietari della natura, come postulato da Cartesio all’inizio dell’era moderna. Il papa, al contrario, chiama la Terra, in puro spirito francescano, madre e sorella. Inoltre punta l’attenzione sulla controparte della natura, la tecnosfera. Egli disapprova l’imperativo dell’efficienza economica che pervade la tecnologia, lasciando poco spazio al benessere, e non solo degli esseri umani. La favolosa crescita del potere umano è rimasta priva senso di responsabilità e lungimiranza.

Per contrasto, la natura non compare nell’enciclica Fratelli tutti; essa si incentra totalmente sull’osservazione della relazione con gli altri entro l’orizzonte visionario di un mondo giusto e fraterno. Ciò si contrappone alla “globalizzazione dell’indifferenza”, come la definì papa Francesco a Lampedusa, proponendo invece una globalizzazione della fratellanza, che copre un ampio ventaglio di questioni: dai mali di un mondo chiuso agli altri, come la paura dei migranti, la facile violazione dei diritti umani, la solitudine digitale, ai principi per un mondo ospitale contrassegnato da dignità umana, perseguimento del bene comune e dialogo tra culture. E finora, tutto bene, ma non vi è accenno alla crisi nella natura. Ciò è sorprendente, dal momento che il discorso della fratellanza con tutti gli esseri viventi avrebbe potuto essere il filo conduttore tra le due encicliche. Tuttavia, la Fratelli tutti affronta le questioni esistenziali del genere umano, con il focus centrale sul perseguimento – risalendo fi no ad Abele e Caino – di una società senza violenza e senza discriminazione, ma improntata piuttosto alla solidarietà e al senso di comunità. Quindi, il documento magisteriale del papa affronta i fatti che stanno in prima linea nella storia: l’oppressione, l’egoismo dei ricchi, le migrazioni. Per contro, gli eventi di secondo piano rimangono nascosti: il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità, l’urbanizzazione. Cosa hanno in comune questi due scenari? E come può contribuire un memorandum sulla coesione della società globale al concetto di Antropocene?

Il declino dello stile di vita imperiale

È necessario prendere in considerazione tre fatti: 1) il numero degli abitanti della Terra è aumentato rapidamente, da 2,5 miliardi nel 1950 agli attuali 7,8 miliardi; 2) dal 1950 l’Antropocene ha subito un’enorme accelerazione: la natura ha dovuto fungere da miniera di carbone, di petrolio, di gas, di metalli, di minerali e d’acqua dolce; ha dovuto mettersi a disposizione come area per le infrastrutture, l’urbanizzazione, l’agricoltura e ha dovuto sopportare vapori di ogni tipo, come emissioni inquinanti, pesticidi e nitrati: la Terra si è piegata allo stile di vita industriale; 3) l’avanzare della diseguaglianza globale, tra chi ha e chi non ha nulla, tra i possidenti e i rifugiati, tra chi ha potere e chi non ne ha. La diseguaglianza economica si replica nella diseguaglianza ecologica. Come conseguenza, metà dell’umanità si abbuffa di natura, mentre l’altra metà deve accontentarsi di briciole. Senza mezzi termini, l’anthropos della parola Antropocene è sinonimo di dominio globale dei ricchi sui poveri per mezzo dello sfruttamento della natura.

Magari può aiutare qualche dato. Se osserviamo la popolazione mondiale secondo la classe di reddito ed esaminiamo la loro emissione di CO2 , emerge un enorme gap. Nel 2015, una piccola parte di popolazione che produce il 50% del reddito mondiale provocava uno sbalorditivo 93% di emissioni di CO2, mentre la metà più povera era responsabile solo del 7%. Se guardiamo alla mappa del mondo per individuare dove risiedono le classi globali alte e medie, emerge il quadro seguente: riguardo alle emissioni globali di percettori di reddito medio/alto, il 35,9% proviene dal Nordamerica e dall’Europa, il 24,8% dalla Cina, il 13,6% dal resto dell’Asia inclusa l’India, il 13,6% dal Medioriente e dalla Russia/Asia centrale, il 3,5% dall’America latina e l’1,7% dall’Africa. Per contro, l’altra metà della popolazione mondiale, quella al 7%, si trova soprattutto in India, Cina, Africa e America latina. Similmente, la divisione del mondo si riflette nelle emissioni climatiche. Viaggi aerei, mercato immobiliare e bistecche sono tipici delle classi alte del mondo, mentre le auto di seconda mano, le lavatrici e l’aria condizionata sono comuni tra la classe media. E poi c’è la classe dei non abbienti, che devono accontentarsi di viaggiare su autobus stipati di persone, di nutrirsi in modo inadeguato e di fare uso di latrine.

Complessivamente, tra il 1970 e il 2017, la domanda annua di materiali, per esempio biomassa, risorse fossili, minerali, metalli è aumentata da 7 tonnellate pro capite a 12 tonnellate. La deforestazione su larga scala e lo svuotamento dei fondali di pesca, le piattaforme petrolifere e i gasdotti, le miniere d’argento e l’estrazione del litio a cielo aperto sono esempi di estrattivismo delle risorse. E anche qui i ricchi fanno la parte del leone: l’impronta materiale (sia domestica che estera) di consumo nei Paesi ad alto reddito è di circa 27 tonnellate pro capite, nei Paesi a medio reddito è di 16 tonnellate e in quelli a basso reddito è di 2 tonnellate. Spostando il focus sulle multinazionali che commerciano materiali tratti dalla biosfera, il grado di concentrazione è sorprendente: ben quattro società possiedono una quota dell’84% del mercato globale dei pesticidi, cinque società sono responsabili del 90% del mercato dell’olio di palma, dieci società si occupano dell’estrazione del rame (50%) e dell’argento (36%), altre dieci controllano il 72% delle riserve di petrolio e il 51% di quelle di gas. Naturalmente, tutte hanno i loro quartier generali in grattacieli, principalmente in Nordamerica, Europa, Cina e Medioriente.

Se guardiamo indietro agli ultimi settant’anni, possiamo affermare che il modello economico prevalente non è né equo, né sostenibile. Al contrario, esso alimenta la polarizzazione sociale e sollecita una collisione con la natura. Quindi, è incapace di garantire il bene comune globale. Per di più, questo modello economico disastroso ha dato vita a uno stile di vita imperialistico che, attraverso il potere di vincoli pratici, ottiene ciò che cerca di nascondere: che alcuni stanno vivendo a spese di altri.

Un’ecologia con intento cosmopolita

Tutto ciò risulta chiaro quando si leggono i numerosi messaggi, i discorsi e le encicliche di papa Francesco: non sta affatto guardando il mondo dalla prospettiva del progresso e della crescita, ma della diseguaglianza globale e della distruzione della natura. Questo è il motivo per cui sta portando avanti un concetto di mondo come alternativa al neoliberismo e allo statalismo, basato sulla fraternità. Un’idea biblica che acquisì rilevanza durante la Rivoluzione francese, con lo slogan antifeudale/democratico Liberté, Égalité, Fraternité, e che dopo il 1848 fu sostituita dal concetto di solidarietà sia da parte del movimento operaio che dall’insegnamento sociale cristiano. Una tarda eco si può rinvenire tutt’ora nell’inno europeo, l’Inno alla gioia di Schiller, messo in musica da Beethoven («Alle Menschen werden Brü der», tutti gli uomini saranno fratelli).

Paragonata a “solidarietà”, la parola “fraternità” assume una caratteristica immediata, che consiste nello stabilire una relazione di parentela. Tra fratelli/sorelle, sia che si viva distanti o vicini, esiste un certo legame indissolubile: essi condividono gli eventi e le cose della vita; quasi ne risentono fisicamente se uno di loro sta male. E in più, nel momento in cui chiamiamo qualcuno fratello o sorella, anche in senso metaforico, professiamo di avere progenitori comuni. Quando Francesco d’Assisi, nel Cantico di Frate Sole, chiama le stelle, il fuoco, l’acqua e la terra fratello o sorella, egli celebra Dio Padre. Inteso in modo secolare, ciò può significare imparentarci con gli esseri umani e non umani per mantenere rigoglioso di salute l’albero della vita di famiglia sulla terra. Geneticamente, gli umani hanno molto in comune con altri mammiferi; essi prendono parte, assieme agli altri animali, all’atmosfera creata dalle piante che circondano la Terra, nel delicato strato della biosfera, di cui non esiste esempio simile in tutto l’universo. Stretti in questo legame, come fratelli/sorelle, fraternità significa avere cura delle fondamenta naturali della vita delle creature umane e non umane.

«Prendersi cura del mondo che ci circonda e ci sostiene significa prendersi cura di noi stessi», afferma l’enciclica, «ma abbiamo bisogno di costituirci in un “noi” che abita la Casa comune. Tale cura non interessa ai poteri economici che hanno bisogno di entrate veloci» (Fratelli tutti, n. 17). Le nascoste, seppur ovvie, incombenti conseguenze negative dell’Antropocene colpiscono tutti, specie nel Sud del mondo, insieme agli animali e alle piante della terra intera. E ciò è vero in particolare per il quarto più povero della popolazione mondiale che dipende dall’accesso gratuito alle aree naturali per il proprio sostentamento, e per cui la savana, la foresta, l’acqua, la terra arabile e anche i pesci, la selvaggina e il bestiame sono mezzi di sussistenza immediata. I diritti umani come il cibo, il vestiario, una dimora, le medicine e anche la cultura sono legati a ecosistemi intatti in economie di sussistenza. Questo legame tra i diritti umani e gli spazi naturali è un tema particolarmente caro a papa Francesco, come si è potuto osservare in maniera evidente con il Sinodo per l’Amazzonia del 2019, durante il quale si è circondato di rappresentanti delle popolazioni indigene. È chiaro che egli pensa anche a loro quando cita Francesco d’Assisi nel primo paragrafo dell’enciclica: «Beato colui che ama l’altro “quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui”» (Fratelli tutti, n. 1). E questa non è una posizione distante dal programma cosmopolita che risale alla stoà, attraverso l’Illuminismo, fino alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1848, secondo la quale il mondo è una comunità di persone, non un insieme di stati o di clan, ma una comunità in cui tutti hanno diritto a ricevere giustizia, come a darla.

Naturalmente, i diritti degli uni non possono essere ottenuti senza i doveri degli altri. Nel dibattito internazionale, tuttavia, si parla spesso di diritti umani e ben poco di doveri umani. E come può l’universalità dei diritti umani essere mai garantita se non è controbilanciata dall’universalità dei doveri umani? Ipotizzare non i diritti, ma la loro controparte – i doveri universali – fu la mossa decisiva dell’etica di Immanuel Kant. Come ben si sa, l’imperativo categorico è: agisci secondo quella massima che tu desideri che tutte le altre persone razionali seguano, come se fosse una legge universale. In prospettiva kantiana, l’ingiustizia può dunque essere così definita: le istituzioni politiche ed economiche sono ingiuste quando sono fondate su principi che non possono essere assunti da tutte le nazioni. Nelle parole pungenti dell’enciclica: «Mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati» (Fratelli tutti, n. 22). Un esempio lampante di ciò è la diseguale distribuzione delle risorse naturali, che sono state accaparrate dalle classi medie e alte del mondo in misura tale che i poveri non ne possono disporre per poter raggiungere un livello eguale. E, ancor peggio, alla metà più povera della popolazione globale non è permesso svilupparsi allo stesso livello perché altrimenti i limiti del Pianeta verrebbero superati.

Così, parlando in termini schematici, la distribuzione internazionale delle risorse diventa un gioco a somma zero dove vincere significa che altri perdono. Ingiusto e limitativo – in ciò risiede un potere esplosivo che può sfociare in conflitti e, in casi estremi, in guerre per l’approvvigionamento delle risorse.

C’è una sola via d’uscita: una rinuncia disciplinata allo stile di vita imperialistico. Perché non è chiaro come possano essere resi disponibili, per esempio, la motorizzazione di massa, le residenze con aria condizionata, o l’alto consumo di carne per tutti gli abitanti del Pianeta. Una prosperità frugale dovrebbe essere all’ordine del giorno, tale che riesca a combinare un’economia di risparmio delle risorse con stili di vita differenti in tutto il mondo. Un compito per la cui realizzazione ci vorrà una buona parte del secolo, in cui saranno sicuramente indispensabili un movimento di popolo democratico, una trasformazione della tecnologia e una moderazione nell’economia e nello stile di vita. Innanzitutto, una impronta ecologica minore dovrà essere accompagnata da processi di eliminazione graduale e di nuovo sviluppo. Per esempio, l’energia fossile, i prodotti petrolchimici e le automobili dovranno essere sostituiti gradualmente dallo sviluppo di energie rinnovabili, da sistemi di mobilità soft, da un’agricoltura rigenerativa e dal ripristino delle aree naturalistiche. Ciò non sarebbe niente di meno che una dichiarazione di guerra contro la civiltà industriale delle classi medie e alte di tutto il mondo, negli Usa come in Uruguay, in Cina come nel Cile. Una rivoluzione non solo contro coloro che stanno al potere, ma contro tutto uno stile di vita, reale o immaginato, di larga parte della popolazione mondiale. Sarà doloroso, ma anche stimolante. Sarà conflittuale, ma anche galvanizzante. In ogni caso, è necessario cambiare il nostro modo di guardare il mondo: dai poveri ai ricchi. Per settant’anni le politiche di sviluppo hanno cercato di migliorare gli standard di vita dei poveri in nome della giustizia – con risultati eterogenei. Ma ora si tratta di cambiare lo stile di vita dei ricchi. Altrimenti non ci sarà una prospettiva di giustizia in un mondo limitato. Senza porre limiti alla ricchezza non si riuscirà a porre limiti alla povertà.

Sperare contro ogni speranza

Sembra che ci sia bisogno di riportare in vita una antica virtù cristiana, indispensabile in vista delle questioni future: spes contra spem, sperare contro ogni speranza. Nella sua epistola ai Romani, Paolo adottò questo motto in riferimento ad Abramo, che anelava ad avere figli e nipoti. Attualmente, lo scopo è quello di creare un futuro adatto per i nostri nipoti e di assicurare una abitabilità duratura della Terra.

Le aspettative sono fondate su previsioni, che a loro volta si basano su probabilità. Ma la storia, a livello sia locale che globale, non procede affatto su sentieri lineari, bensì è inframmezzata da molti eventi non lineari. Gli esempi abbondano: la caduta del Muro di Berlino, la pandemia di Coronavirus, il movimento Fridays for Future. Questi eventi hanno un denominatore comune: sono stati imprevedibili ed epocali. Coloro che sperano anticipano le sorprese; la speranza è basata soprattutto sui momenti non lineari, caotici della storia. Ecco perché è necessario sviluppare un’etica nel rispetto delle condizioni d’incertezza. In tal senso, è piuttosto ragionevole che l’azione etica

proceda all’interno della propria comunità senza preoccuparsi di ciò che accade in altre comunità e regioni del mondo.

Non c’è altro modo di comprendere la decisione di papa Francesco quando ha raccomandato la figura del Buon Samaritano come modello per l’azione sociale e civile nella società mondiale. Dice il papa: «L’amore sociale è una “forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici”» (Fratelli tutti, n. 183). Egli, dunque, è guidato dalla speranza e sicuramente non dalla probabilità scegliendo di fi darsi delle innumerevoli iniziative che vanno contro corrente. E il pensiero corre a quelle cooperative di cittadini che lavorano per le energie rinnovabili, quelle aziende che prendono in seria considerazione i diritti umani nelle loro catene di approvvigionamento, quegli avvocati che portano nei tribunali le cause ambientali, o quegli allevatori che hanno rinunciato agli allevamenti intensivi. Per non parlare dei numerosi conflitti, specie nel Sud del mondo: proteste contro la realizzazione di dighe, di miniere, di coltivazioni di piantagioni, a favore di un’agro-ecologia, di una mobilità senza automobili, della molteplicità di imprese sociali. Presa singolarmente, ogni iniziativa è frammentaria ed effimera, ma prese assieme possono produrre una vasta eco nella società, specialmente nei momenti di caos. Che cosa diceva l’eminente attivista ceco per i diritti umani, e presidente della Repubblica ceca, Václav Havel? «La speranza non è la convinzione che una cosa andrà a finire bene, ma la certezza che quella cosa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire».

(Traduzione di Simona Plessi)

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